L'Ozempic per il naso.
La segreteria telefonica di Arbasino. Altre stranezze di questo tempo sbandato
Il caldo arriva così, come una pallonata. Sono le 48 ore più carine della stagione, queste. Prima di odiare l’asfalto, la metropolitana e le zanzare, prima dei mille così non è vita che abbiamo davanti, quando esci di mattina e sono già 34 gradi, ci sono un paio di giorni di passaggio. Abbiamo ancora corpi invernali, è appena cominciato il trasloco nel mondo in cui l’umore del giorno è governato da come è andata con l’aria condizionata di notte. Sono i due giorni un po’ storditi in cui non va più bene niente del te stesso che fino all’altroieri ti pareva l’unico disponibile. Non vanno bene le scarpe, i pensieri, non va più bene come cammini.
I passaggi di stagione ormai si fanno così, in mezza giornata: l’estate ti tira un colpo e dice svegliati, è tempo di tornare. Assenza di passaggi graduali come carattere prevalente del tempo presente. Negli ultimi quindici anni - tra social, AI, vari guai - mi pare che sia stato tutto un “tenete, e abituatevi presto”.
Gli Spiriti Delicati al primo caldo si divideranno a breve in due categorie.
Gli Odiatori. Come Natalia Ginzburg:
Io non trovavo il mondo triste, lo trovavo bellissimo, solo che a me per qualche ragione oscura era vietato di celebrarne le radiose giornate, così non potevo che cercare e amare l’autunno, l’inverno, il crepuscolo, la pioggia e la notte. Scopersi, in seguito, che una simile sensazione non ero io sola a provarla, che era una sensazione comune a molti, perché molti come me in qualche istante della loro esistenza si sono sentiti esclusi e mortificati dall’estate, giudicati per sempre indegni di raccogliere i frutti dell’universo. Molti come me allora hanno odiato lo splendore abbagliante del cielo sui prati e sui boschi. Molti come me ai primi segni dell’estate si sentono in angoscia come all’annuncio di una disgrazia.
Oppure come Flaiano - non era un vivace spensierato, ma l’estate era il suo posto.
l’estate, la dolce estate, che è la vita.
C’è il sole, il mare, e mi basta.
Una e una notte, Diario degli errori. Adelphi
Scegliere il partito, e collocarsi.
Kim Kardashian ha la pill fatigue. Prende più di trenta pasticche al giorno. Vende sull’internet, quindi ha come impegno principale il mantenimento delle fattezze (almeno) di semi-gioventù.
Il traffico artificiale ha superato il traffico umano, sull’ internet. Pensavo ai social: sempre più contenuto sintetico. Sarà quella - tra qualche anno - la fine?
Intanto. Solo a star chiusi in una caverna si potrebbero ignorare i micromovimenti che sta generando l’AI (crepando l’intera superficie delle cose del mondo). Pensavo che avremmo assistito a una rivoluzione in massa unica, enorme e pesante, e invece è una rivoluzione in frazioni minuscole, una tela di ragno leggerissima che si stende ovunque.
Se ne parlava da questa parti anche qualche settimana fa: un effetto curioso della AI è che le persone - almeno questa persona - cominciano a forzare la scrittura per fare in modo che sembri autentica.
Come scrittrice, Sarah Suzuki Harvard afferma di non essere portata per una prosa apertamente enfatica. Eppure, negli ultimi tempi, si accorge di deviare dal suo stile abituale.
«Mi capita di usare un registro volutamente colloquiale, con espressioni tipo “ehi, davvero”, oppure di aggiungere una quantità di punti esclamativi», racconta Harvard, copywriter trentaduenne di Brooklyn, riferendosi ai suoi post e ai suoi articoli. «Mi dà un certo fastidio farlo, ma oggi sembra necessario per dare l’impressione di essere una persona reale».
Siamo finiti qui: all’errore che ora diventa una caratteristica apprezzabile.
All’inizio di Secretary, film del 2002, un avvocato autoritario - interpretato da James Spader - irrompe nell’ufficio della sua assistente, Maggie Gyllenhaal, brandendo la prova di una sua mancanza professionale: un memorandum in cui compaiono «tre errori di battitura». Segue rimprovero secco: «Lo sa che figura mi fa fare, con chi riceve queste lettere?».
Il personaggio di Spader dava voce a un’idea molto diffusa: il refuso era il simbolo per eccellenza del lavoro sciatto. Un errore di ortografia bastava a dimostrare che chi scriveva non si era preso la briga di curare davvero una comunicazione e che le sue istruzioni non meritavano di essere prese troppo sul serio. Forse persino che il destinatario non avrebbe dovuto perdere tempo a leggere quella nota.
Più di vent’anni dopo, mentre i testi generati dall’intelligenza artificiale hanno invaso uffici, social media e app di dating, i vecchi indizi di trascuratezza - refusi in testa - stanno assumendo un significato nuovo.
Alcuni candidati inseriscono deliberatamente errori di battitura nelle lettere di presentazione, per dimostrare che a scriverle sono stati loro, e non un programma di intelligenza artificiale. Celebrità e amministratori delegati pubblicano email e storie Instagram piene di imperfezioni, e invece di essere rimproverati vengono lodati perché suonano autentici. Persino sulle app di incontri, dove agli utenti viene chiesto - in modo piuttosto paradossale - di farsi aiutare dall’AI per comporre il proprio profilo, il refuso sembra non essere più un deterrente automatico.
Nicole Ellison, professoressa all’Università del Michigan, in uno studio del 2006 aveva mostrato che i profili di dating con errori di ortografia tendevano ad allontanare i potenziali partner. Oggi, però, ritiene che le persone stiano diventando più indulgenti verso il refuso su Tinder. «Un errore di battitura può persino segnalare che ci tieni davvero», ha detto di recente a Time, «perché ti sei preso il tempo di scrivere da solo».
Uno studio del 2024 ha persino rilevato che le persone giudicano più favorevolmente i chatbot del servizio clienti quando commettono e poi correggono un errore. Un refuso, a quanto pare, può diventare una piccola prova di umanità.
Pure le email ormai viaggiano per strade separate: quelle a cui può rispondere la macchina, e non ti preoccupi di mettere la filigrana emotiva, e poi le persone che hanno bisogno di sapere che ci sei tu, là dietro, a scrivere.
Un’altra novità recente: chi di noi avrebbe immaginato che Google, il grande onnisciente Google, passasse di moda così velocemente? È crollato il traffico di ricerca.
Notizia inutile dall’industria pop: Emily in Paris chiude.
Riguardavo l’altra sera qualche vecchio episodio di Sex and The City. Trent’anni fa e ancora tiene egregiamente, resta l’impressione di ottimo confezionamento e non sa di vecchio. E il confronto qui è possibile perché lo showrunner (Darren Star) è lo stesso ma le riuscite sono completamente diverse, e lo dico con la benevolenza di chi quella serie filodiffusione (Emily) l’ha guardata pure volentieri.
È un buon confronto perché genera ipotesi:
Se ogni voce critica per l’industria culturale è solo il vecchio “ai miei tempi” - che però sono questi stessi tempi.
Se davvero l’era geologica creativa che è passata era oggettivamente un picco alto e non ce ne siamo accorti.
Non è più questione di qualità. Un film, un libro e una serie galleggiano nello stesso periodo in mezzo a migliaia di altri: impossibile pensare che sedimenti nella memoria.
Siamo un pubblico più disattento, senza attenzione e senza voglia di profondità, anche minima. Purtroppo esiste un riassunto meno gentile: siamo un pubblico più scemo.
Il vero guaio, parlo per me, è che tra le quattro non solo non so scegliere, ma non vedo neanche dove pende la lama del rasoio di Occam.
I connotati persona-normale-che-non-sempre-viene-bene-in-foto ormai non li vuole più nessuno. I filtri ci sono entrati nel sistema circolatorio neuronale. Da lì vengono certe rese: facce deformate dai filler che non ci fanno più impressione, le iniezioni dimagranti delle già normopeso per diventare taglia 32 non ci fanno più impressione. È arrivata l’ultima: farsi le siringhe (?) per abbellire il naso. Il nuovo Ozempic si chiama Accutane.


