La tecnostanchezza
Aprile che fa giugno poi cambia idea. Si sta acciaccati dal tempo incerto. Un lento senso di mal di testa senza avere mal di testa, leggero e ininterrotto: sono le tre settimane in cui pare di girare sotto una palla di vetro: cos’è? I pollini, il cambio di stagione, che si dorme male, troppa luce all’improvviso? Cattivo umore prevalente su quello buono. Una specie di difficoltà di afferrarsi alle cose. Un non-più-inverno e non-ancora-primavera. Una mezza stagione dentro la mezza stagione. Si deve uscire da quest’uovo pneumatico. Grande concentrazione di quei quarti d’ora in cui la vita pare solo uno sfinimento totale. Durerà poco, questa stanchezza intontita, giusto quanto durerà il trench, stiamo per entrare nella seconda fase, nel tempo di tre settimane saremo elettrici e senza giacchetta.
A volte mi chiedo se è per tutti così, che ogni giorno ha il suo “vediamo, per cosa dovrei essere nervosa oggi?” e se mi rispondo con precisione, va già un poco meglio.
Negli uffici è stata una settimana moscia - molta gente ancora in vacanza, apprendo con avvelenata ammirazione.
I cambi collettivi di società li capisci da dettagli quasi insignificanti. Sono spariti gli innamoramenti di aprile. A vent’anni se era aprile ti innamoravi anche di un estintore. Qual è il problema? Troppa dopamina in giro. Che è il motivo per cui non si va più al cinema, il motivo per cui gli amici li vediamo su whatsapp e ci si scoccia sul divano davanti alla tv o a un libro dopo i primi 10 minuti di qualsiasi cosa.
Secondo Kanojia, cofondatore di Healthy Gamer, l’innamoramento funziona anche come una potente esperienza dopaminica. Basta la presenza dell’altro per produrre un’intensa sensazione di piacere: pensiamo continuamente a quella persona, desideriamo la sua attenzione, e il suo semplice apparire ci sembra già una ricompensa.
Il punto decisivo, però, è un altro: anche le cose piacevoli, se troppo frequenti, perdono intensità. Il cervello sviluppa assuefazione. E per ottenere lo stesso livello di gratificazione, chiede stimoli sempre più forti.
È qui che la tecnologia entra in scena. Smartphone, notifiche, like, scroll infinito: tutto questo produce piccole scariche di dopamina, rapide e ripetute. Il risultato è che ci abituiamo a una gratificazione immediata, continua, a basso sforzo.
Secondo Kanojia, il rischio è che, una volta abituati (assuefatti) a questa sovrastimolazione, attività più lente e profonde - leggere, conversare, stare davvero con qualcuno - comincino a sembrarci meno appaganti.
Tra i sentimenti nuovi di zecca, in questa settimana passata abbiamo messo in catalogo anche “stanotte Trump lancerà una bomba nucleare?”, poi finito in un niente di fatto, perché la mattina dopo c’era la tregua. O meglio, una forse-tregua. Apriranno il canale, ci sarà il petrolio, avremo i condizionatori, gli aerei, le vacanze? Con l’AI e le nuove scoperte avremo il migliore dei mondi possibili? Il peggiore? C’è da demoralizzarsi o esaltarsi? Ultimamente tutto è credibile e non si può credere più a niente. Quanto mi manca il corto raggio dell’orizzonte, quando da qua a un anno si poteva più o meno sapere in che mondo avremmo abitato.
Come riflessione inattesa ci sarebbe questa: non siamo quei fragilini ansiosi e incapaci che ci piace raccontare sui social. Mi sembriamo parecchio in grado di reggere ogni previsione e ogni ansia.
Melania Trump - senza che nessuno l’abbia domandato e in contrasto con le sue propensioni pubbliche solite, quelle cioè di un ghiacciaio - si presenta in un comunicato ufficiale non previsto, nel mezzo di una guerra, a dichiarare: badate che non c’entro niente con Epstein. L’unico dubbio vagamente interessante è se sia in notevole ritardo o in furbo anticipo. Il peggio (dei files) deve ancora venire?
La domanda che fanno in questo editoriale ambiziosetto è più interessante della conclusione: la gente cambia o no? E se succede, com’è che succede?
Torna utile il contributo dello psicologo Jeffrey Kottler, secondo cui la maggior parte dei cambiamenti avviene a livelli che sfuggono alla nostra comprensione, perfino alla nostra consapevolezza. E nemmeno gli esperti concordano su che cosa faccia davvero cambiare una persona: chiedi a dodici terapeuti quale sia il fattore decisivo, e riceverai dodici risposte diverse.
Questa è una bella indagine da farsi addosso, 5 minuti del nostro tempo non buttati. Sono cambiata? E potrei anche dire quando è successo? E c’entravano le circostanze o sono stata io? Vorrei vantarmi e dire che sono stata capace di colpi da manuale e cambi ottimi e repentini di carattere, la me stessa onesta fa presente invece che ci è voluto sempre un “come si sono messe le cose”, e da quello cominciava tutto.
L’aucièll’ dint’ ‘a cajòla canta p’arràggio o p’ammor’
L’uccello nella gabbia può cantare per rabbia o per amore.
Insistere a voler capire gli altri quando è chiaro che non li capiremo mai.
Nessuna impressione è attendibile, si sbaglia sempre. Difficile tradurre meglio in immagine Roth quando scrive che non c’è salvezza, la gente la capisci solo male, male, male e dopo un attento riesame ancora male.
In questa frase i due vertici opposti di possibilità (l’uccellino che canta per disperazione o perché è felice) possono essere esatti. E quindi: se degli altri non sapremo mai niente, perché continuiamo?
Peraltro, quando li capisci, scopri che oltre a essere difficilissimo, era pure inutile.
Ultimamente le grandi interpretazioni dell’umanità vengono dai social. Non c’è altro modo di osservare l’esistente, mi sto quasi convincendo che i sé autentici delle persone siano nei telefoni e non fuori, nel mondo. Ora le epifanie sulla società non sono più un lavoro di fatica e indagine, ti arrivano addosso all’improvviso, peggio delle sassate. L’inferno siamo tutti ed è online.




