Ester Viola

Che ci è successo?

Dall’attenzione profonda siamo sbarcati nell’epoca dell’iper-attenzione.

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Ester Viola
mag 09, 2026
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Maggio obliquo. Il caldo non serve ancora e il freddo non serve più. Nella colonna dell’odio: vari malanni, testa pesante, niente da mettere.

Sono finite le riserve di preoccupazione. Non ne ho più. La diagnosi sintetica e generale è che sfortunatamente ci abbiamo fatto l’abitudine senza diventare indifferenti.

Nuovo virus? Ditemi cosa si deve sapere e cercherò di saperlo, annuisco con rispetto, fine. Mi ricordo i bei tempi in cui sulla riva del fiume si aspettavano i cadaveri invisi: ora siamo tutti qui, amici e nemici, a guardare in mezzo ai flutti la prossima iattura di cui bisognerà informarsi. L’unico dubbio è il primo posto nella classifica dei guai: certi giorni è la catastrofe economica, altri giorni la guerra, la bomba atomica l’abbiamo superata da poco, Trump, poi un virus, poi chissà che altro. Il catalogo non offre più niente: più su di così esiste solo la collisione dell’asteroide. Capisco che poi la gente s’affezioni a Garlasco: cronaca nera come intrattenimento leggero. C’è stato un tempo - l’altroieri - coi pandori di Ferragni trattati come centro permanente di interesse. Che epoca grassa. L’aspirazione per il futuro per quanto mi riguarda è cambiare partito, passare da quelli che cercano le risposte a quelli secondo cui non esiste nemmeno la domanda, o almeno non è il caso di farsela adesso.

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La migliore notizia inutile della settimana: Kim Kardashian è stanchina, non le va più di studiare i libri di procedura. Rinuncia all’esame di abilitazione per fare l’avvocato dopo le bocciature. Troppo difficile.

Ora le rimane solo il rallentamento della vecchiaia per restare rilevante e continuare a vendere cose nell’internet - vediamo che altro inventerà. Che grande esperimento sociale, Kim Kardashian. Trovandosi a scegliere l’incarnazione di un’epoca in una persona sola e mettere ai voti, penso sia difficilissimo non decidere che è lei. Lei o Zuckerberg.

Dopo questo primo insuccesso professionale - non farà anche l’avvocato, Kim - mi sono purtroppo accorta che nella mia testa suona ancora stupidamente la campanella “il vecchio ordine delle cose novecentesco e un poco etico ha vinto”. Pensavo di non averla più.


La mia barzelletta preferita di questa estate (dopo un viaggetto di tre giorni in Uk e un occhio-da-shopping-immaginario buttato sulle offerte immobiliari) “ora conviene più comprare a Londra che a Milano” è diventata articolo del Financial Times.

L’argomento che al momento mi interessa di più: le modifiche permanenti all’attenzione e alla memoria. Siamo a un cambio epocale dei cervelli? È così? Il colpo di grazia lo darà l’AI che al momento ci costringe a domande del tipo: l’intelligenza artificiale sta per rendere obsoleto il sistema universitario?

Tagliata col rasoio di Occam, la stessa domanda diventa perfino più tetra: perché studiare all’università per un giovane dovrebbe ancora conservare la sua apparenza di utilità?

Stiamo alla mutazione nella struttura organica, e sta succedendo come se niente fosse. Guadagneremo altre qualità che ancora non conosciamo ma possiamo scordarci di tenere la memoria: ricordare diventerà uno sfizio del secolo scorso?

Chi si prende la nostra attenzione?

Qualche tempo fa un autore americano ha raccontato di aver preso una decisione drastica: togliere internet da casa.

Non limitarsi a spegnere il telefono. Non disinstallare un’app per poi reinstallarla tre giorni dopo. Proprio eliminare la connessione domestica. Una scelta estrema, certo. Ma sempre più comprensibile. La ragione era semplice: anche senza smartphone, anche usando programmi per bloccare l’accesso a internet nei momenti di lavoro, continuava a perdere ore preziose. Di notte finiva a scorrere X, guardare video inutili, vecchie puntate televisive, ricostruzioni digitali di incidenti aerei, frammenti casuali di un archivio infinito. Non erano contenuti davvero desiderati. Erano contenuti disponibili. E oggi, spesso, basta questo.

Il problema non era solo il tempo perso. Era la fatica di resistere. Il fatto che anche dire no richiedesse energia. A un certo punto, la sensazione diventava inevitabile: internet mi sta rendendo più stupido. E la colpa sembra mia.

È così che siamo abituati a pensare all’attenzione: come a una virtù individuale. Chi riesce a leggere un libro per due ore è disciplinato, quasi eroico. Chi passa da una notifica all’altra si sente debole, disperso, inadeguato. Parliamo della nostra scarsa concentrazione come di un difetto personale, a volte perfino come di un decadimento morale.

Ma forse questa è una lettura comoda. E soprattutto troppo colpevolizzante.

Forse il punto non è che stiamo usando male la nostra attenzione. Forse il punto è che qualcuno la sta usando molto bene al posto nostro.

L’attenzione, oggi, non è solo una facoltà mentale. È una risorsa economica. Anzi, è una delle risorse più preziose del nostro tempo. Alcune tra le aziende più ricche del mondo non vendono semplicemente prodotti o servizi: raccolgono attenzione, la organizzano, la misurano, la monetizzano. Ogni minuto che passiamo dentro una piattaforma produce valore. Solo che quel valore raramente torna a noi.

Per questo il senso di colpa che proviamo dopo un’ora di scrolling è così ambiguo. Non è soltanto la vergogna di aver perso tempo. È anche la sensazione, più profonda, di aver regalato qualcosa che valeva molto di più.

Gli studiosi distinguono diverse forme di attenzione. C’è quella che ci permette di seguire una serie di oggetti in movimento. C’è quella che ci fa concentrare su un volto in mezzo al rumore. E poi c’è l’attenzione sostenuta: la capacità di restare a lungo su una sola cosa, un libro, un discorso, un problema complesso.

È questa forma di attenzione che oggi ci sembra più fragile.

Nel 2007, proprio l’anno in cui venne presentato il primo iPhone, Katherine Hayles descrisse il passaggio dall’attenzione profonda all’iperattenzione: una modalità mentale fatta di passaggi rapidi, continui cambi di fuoco, salti tra messaggi, notifiche, video, notizie, stimoli. Non necessariamente una malattia. Piuttosto, un adattamento a un ambiente che ci chiede di essere sempre disponibili, sempre raggiungibili, sempre pronti a reagire.

Il punto è che questo adattamento costa moltissimo.

Concentrarsi consuma energia. Passare continuamente da una cosa all’altra ne consuma ancora di più. È come guidare in città fermandosi e ripartendo a ogni incrocio, invece di procedere su una strada libera. Alla fine il carburante finisce prima.

Così arriviamo a sera svuotati. Abbiamo letto decine di titoli, risposto a messaggi, aperto link, guardato video, controllato notifiche. Abbiamo fatto molte cose, ma spesso senza la sensazione di aver davvero vissuto o pensato qualcosa fino in fondo.

Non è una condizione del tutto nuova. All’inizio dell’industria moderna, gli operai delle catene di montaggio dovevano mantenere l’attenzione per ore su gesti ripetitivi, a ritmi durissimi. Era una fatica fisica, ma anche mentale. Alla Ford, questo stato di esaurimento veniva chiamato “Forditis”: una specie di stanchezza dell’attenzione, capace di rendere le persone irritabili, spente, incapaci di fare altro una volta tornate a casa.

Oggi la catena di montaggio non è davanti a noi. È dentro lo schermo.

The Atlantic


Cient’ misure e uno taglio.

Prendere cento misure e poi fare un solo taglio.

È un modo di dire che viene dal lavoro dei sarti. E quel fare molte linee con il gesso, misurare più e più volte prima di fare il taglio nel tessuto.

Meticolosità: cercare e saper riconoscere, in mezzo alle cose che chiedono tempo, quali sono quelle che invece hanno bisogno di fretta. Niente rende odiosi quanto la troppa riflessione inutile. Di prendere tempo per fare la cosa giusta si muore, e manco la trovi, perché ovviamente le cose giuste mischiate ad alternative sventurate hanno bisogno di fortuna più che di intelligenza. I veloci lo sanno. Rapidità di decisione, se vi siete mai chiesti come mai sia tra le qualità più attraenti, è per questo.


Stavo riflettendo sul regno dei barbari. La nuova epoca del dopo-post ha come caratteristiche ricorrenti le nuove schiavitù. Siamo dipendenti da questo e da quello.

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