Aspettare
Maniche corte. Sensazione fortissima che il passaggio delle stagioni sia diventato solo questione di alternanza tra freddo e caldo, per il resto i mesi si assomigliano tutti e hanno il rumore delle sale di attesa. Sgradevole constatazione che non si tratta di attese in miglioramento: il disastro - in una esclusione fatta solo di due - sfida solo un semplice “tutto come prima”. E devono ancora arrivare i pappi, quei batuffoli per l’aria che segnano il passaggio primaverile da nervosi a nervosissimi.
Aspettare che finisca la guerra, aspettare di sapere se avremo il carburante tra tre settimane, aspettare un “tutto sta tornando normale” oppure “recessione sicurissima”. Possibile che qualsiasi cosa abbia preso i contorni dell’allarme? E’ aprile e già annunciano che negli Oceani si sta preparando il peggior Nino mai visto, passeremo la prossima estate metà arrosto e metà sotto le tempeste tropicali. Diteci di cosa ci dobbiamo preoccupare prima: l’ansia gerarchica è meglio di quella generica. Non dico avere le risposte, ma almeno fateci vedere le domande. Va bene, ammettiamo pure che la realtà la costruiscono le impressioni a cui uno è disposto a credere, ma scegliere tra: “in 20 giorni potrebbe arrivare una crisi quattro volte quella del 2008” e “sarebbe bello andarsene a Londra a maggio due giorni” mi pare un poco oltre la capacità di sapersi tenere su due fusi orari.
Forse la cosa più inutile della settimana, se non fosse la più imbecille. Il sindaco fighetto di New York, visibilmente annebbiato dal consenso dei like social, s’è scordato forse che le elezioni le ha già vinte e giura – in onda su tutti i canali online - di tassare i finto-residenti. Gli orrendi plutocrati proprietari di tanti palazzi. E’ in vigore la pied-à-terre tax, il che in linea di principio è un programma apprezzabile. Meno apprezzabile se invece di limitarti ai provvedimenti – proponi una legge equa, incassi e procedi oltre - fai il masaniello sui social: lì fuori c’è già qualcuno che usa il verbo luigi-ing mentre lancia bombe a casa dei milionari tech.
Mesi prima del suo arresto con l’accusa di aver tentato di uccidere l’amministratore delegato di OpenAI, Daniel Moreno-Gama aveva scritto in una chat online di voler “Luigizzare” qualche CEO del settore tech.
Lo studente universitario texano faceva un riferimento disinvolto a Luigi Mangione, l’uomo accusato dell’omicidio del CEO di UnitedHealthcare, nel corso di una conversazione online con i produttori del podcast The Last Invention, secondo alcuni screenshot condivisi con il Wall Street Journal. I produttori volevano intervistarlo per una serie dedicata all’intelligenza artificiale.
Furbissimo, poi, dice che lui al Met Gala non ci va.
Zohran Mamdani ha scelto di non partecipare al Met Gala, uno degli eventi mondani più importanti di New York, al quale in passato hanno preso parte diversi sindaci della città.
Giovedì, in un’intervista a Hell Gate, Mamdani ha confermato che lui e sua moglie, Rama Duwaji, salteranno la serata di raccolta fondi per il Costume Institute del Metropolitan Museum of Art, in programma come da tradizione il primo lunedì di maggio.
Il sindaco ha spiegato la decisione dicendo di voler restare concentrato su una priorità precisa: rendere più accessibile il costo della vita nella città più cara degli Stati Uniti.
Il ricco che gioca al povero. Programma Protezione Consenso da manuale, ma c’è poco da fare, è troppo bello abboccare al populismo, specie quello fatto stupendamente bene.
Cosa è successo sottotraccia in questa settimana: l’internet è diventata formalmente pericolosa. Bloccati modelli di AI perché farebbero più danni che utile. I pericoli di ogni nuovo aggeggio si fanno più densi e più precisi, non è un segno della colonna “dati incoraggianti”.
Anthropic ha deciso di non rendere pubblico il suo nuovo modello di IA, Claude Mythos Preview, dopo aver scoperto che è in grado di individuare e sfruttare vulnerabilità rimaste nascoste per decenni in software critici. L’accesso è stato riservato a oltre 50 grandi organizzazioni, tra cui Amazon, Apple, Microsoft, Google e JPMorgan Chase, nell’ambito del programma difensivo Project Glasswing, con 100 milioni di dollari in crediti.
Secondo l’azienda, Mythos ha identificato una falla vecchia di 27 anni in OpenBSD e una di 16 anni in FFmpeg, poi corrette. Il tema, però, va oltre il singolo modello: con l’IA sta diventando sempre più facile sia scrivere software sia trovare errori nel codice.
Questo riguarda anche il boom del cosiddetto vibe coding, cioè l’uso di strumenti di IA da parte di persone senza formazione tecnica per creare applicazioni e servizi. Il rischio è che milioni di nuovi software nascano senza adeguate verifiche di sicurezza, mentre gli strumenti più avanzati per difendersi restano accessibili soprattutto ai grandi gruppi.
Il nodo, quindi, è anche economico e infrastrutturale: una parte essenziale di internet continua a poggiare su progetti open source mantenuti da volontari o piccoli team, mentre la sicurezza rischia di diventare un vantaggio riservato a chi può permetterselo.
Una buona domanda sulla AI non riguarda le ricadute sulla produttività (poco negabili, molto buone) ma a sorpresa sul carattere, come lo stanno cambiando a noi, gli utenti. Ogni tanto mi sorprendo ancora a pensare come siano sempre gli oggetti a cambiare i soggetti, eppure è la storia dell’umanità.
Effetti semi sentimentali di un anno di AI che vedo su me stessa:
Non ho più voglia di scrivere lunghe mail tecniche e articolate, solo all’idea di riprovarci mi pare di imbarcarmi per il medioevo. La delega alla posta è ormai totale.
In quelle mail, riconoscere le eccezioni: alcuni destinatari si accorgerebbero del linguaggio-tostapane, e quindi scrivo novecentescamente io con le mie mani. Bizzarro concetto del non-uso della AI come segno di rispetto.
Ho sviluppato delle piccole antenne che mi consentono di sentire immediatamente se un testo è fatto con l’AI. Appena sento quel saporino metallico nei testi, smetto di leggere. Sento una specie di disfacimento immediato dell’interesse che nulla potrebbe rianimare. La questione è se durerà.
Quando scrivo c’è una nuova forma di senso del dovere che ora mi dice di farlo in un certo modo. Prevedere una torsione umana. Personalizzare le frasi. Come se quello che trasloca dalla testa alla pagina dovesse passare sotto i raggi X della domanda: questo l’avrebbe potuto scrivere così l’intelligenza artificiale? Anche una molto brava? È un riflesso condizionato cretino, ma esiste. E non penso che rimarrà una mia fissazione isolata.
Mi è peggiorata l’impazienza, in tutti e due i mondi, online e offline.
Intanto in America:
A San Francisco, una startup chiamata Amotions AI si è presentata agli investitori con una proposta che racconta bene una nuova direzione dell’industria tecnologica: un “coach AI emotivamente intelligente” capace di seguire le videochiamate in tempo reale e suggerire cosa dire in base al tono di voce e alle espressioni facciali dell’interlocutore. La fondatrice, Pianpian Xu Guthrie, sostiene che il sistema possa, per esempio, aiutare un venditore segnalando se il cliente appare confuso e suggerendo la risposta più efficace.
Non si tratta di un caso isolato. Le emozioni sono diventate una delle nuove ossessioni del settore AI. Sempre più startup sviluppano strumenti che promettono di interpretare stati d’animo e segnali sociali, mentre anche i grandi gruppi cercano di rendere i loro chatbot non solo più potenti, ma anche più empatici.
OpenAI, presentando una nuova versione di ChatGPT alla fine dello scorso anno, l’ha descritta come “più calda” e più portata alla conversazione. Anthropic ha detto che Claude potrebbe avere una sorta di versione funzionale di emozioni o sentimenti. Google sostiene che i suoi modelli siano ormai in grado di “leggere la stanza”. E xAI, la società di Elon Musk, ha rivendicato buoni risultati di Grok in test di intelligenza emotiva (EQ).
In altre parole, la nuova frontiera dell’AI non è più solo capire e generare testo, ma anche interpretare emozioni, cogliere il contesto sociale e rispondere in modo sempre più simile a quello umano.
Ma perché facciamo sempre così? Perché ogni pezzo di progresso utile viene deviato in fesserie? Non ci servono più emotive, le AI, ci servono più tecniche.
Mètterse ‘na cosa rint’ e chiòcche.
Ficcarsi bene in testa.
C’è un grado superiore della consapevolezza, vale più di capire, è meglio di ostinarsi. È qualcosa che si ficca nella testa come un chiodo, le chiòcche sono le tempie – e quando una persuasione si infila là dentro, è salva. Come se ci fosse un posto, i centimetri dentro le tempie, riservato ai pensieri più resistenti, quelli che si difendono e non sentono altre ragioni. Può essere una rinuncia o un desiderio, poco importa, se ti sei messo qualcosa nelle chiòcche, gli altri non possono farci niente. Lì dentro abita quel che è destinato al futuro.
Quando qualcuno vede i movimenti delle cose umane vent’anni prima, bisogna farci caso.






